Ne vale la peñas

di Alessia Cardelli  e Barbara Codazzi.


È iniziato tutto in maniera molto buffa: nessuna delle due è andata alla presentazione del progetto per impossibilità logistiche, ma solo il titolo della mail ci aveva catturato. Dopo aver parlato con Riccardo e Padre Topio, il 4 novembre ci siamo laureate e il 9 dicembre eravamo all’aeroporto di Malpensa dirette dall’altra parte del mondo, verso questo paesino di 180 anime chiamato Peñas. Abbiamo cominciato così la nostra prima avventura lavorativa, a nostro parere nel modo migliore, ovvero con il volontariato. Vedere la realtà di El alto nel pieno della notte ti fa capire di essere realmente dall’altra parte del mondo, ma tutte le sensazioni di timore iniziali si sono placate davanti al sorgere del sole che illuminava l’infinito altipiano, la cordigliera delle Ande e l’arco del paese che ci dava il benvenuto e il buona fortuna per questa nuova esperienza.

Ammettiamo che i 4000 m di altitudine non hanno aiutato con l’adattamento fisico, ma il tutto è stato compensato dalla sensazione di casa che ci ha invaso appena arrivate in parrocchia.

Nel nostro primo giorno da fisioterapiste, dall’ambulatorio e dalle camere di ospedale a cui eravamo abituate a tirocinio, ci siamo ritrovate a fare il primo trattamento riabilitativo su di una coperta nel mezzo della pampa dell’altipiano, con “los chanchitos” e “las gallinas” che combattevano tra di loro a farci compagnia. La paziente si chiama Rosa, una donna di 50 anni affetta da una paraplegia dovuta ad una massa sconosciuta nel basso ventre che comprime il midollo. Si sposta da una zona all’altra della sua proprietà su di una carriola, nell’attesa che arrivi una sedia a rotelle adatta al suo peso. Vive in una piccola stanza di 10 metri quadri con la terra come pavimento e con ammassato tutto ciò che le serve, compresi gas e fornelli per potersi cucinare da sola. Le strategie adottate da Rosa per essere indipendente ci han affascinato, oltre che averci abbastanza illuminato. Il materiale a disposizione, gli spazi, il setting di lavoro e la quotidianità della vita campesina dei pazienti sono molto differenti rispetto all’Italia, ma questo ci ha permesso di sviluppare soluzioni funzionali con fantasia e creatività nonostante il poco a disposizione.

Un’altra storia particolare è quella del nostro amico “Sexy Cenovio”, che con i suoi 56 anni e ferite aperte da 25 anni su entrambe le gambe, porta addosso i segni di un’artrite reumatoide che neanche nelle peggiori foto del libro di reumatologia sono mostrati. La prima volta che l’abbiamo incontrato siamo rimaste colpite dal modo particolare con cui ha fatto i gradini: all’indietro per non piegare le ginocchia. Dopo due mesi di trattamento, pur non avendo ancora imparato l’Aymara (la lingua autoctona, che purtroppo è l’unica che parla e capisce), stiamo riuscendo a spezzare questo suo schema motorio e ad insegnargli a camminare senza far fatica e a fare i gradini in avanti. Questa difficoltà linguistica non ci ferma! Possiamo e riusciamo ad intrattenere discorsi di un’ora parlando in castigliano e facendo finta di capire risposte in Aymara . Probabilmente ci credono un po’ pazze, però se riusciamo a farli ridere, abbiamo raggiunto il nostro obiettivo. Oltre alla parte domiciliare, il lavoro di Riccardo e le donazioni di materiale dall’Italia hanno permesso alla parrocchia di avere a disposizione un ambulatorio ben attrezzato. In questi mesi il giro di pazienti ambulatoriali si sta allargando, da una parte grazie alla nostra parlantina italiana (che anche in castigliano non ci manca) e dall’altra grazie alla campagna pubblicitaria fatta durante “la feria de la salud” e con il volantinaggio. La difficoltà di fondo qui è la non continuità di presenza alle sedute di trattamento dei pazienti, ma noi non ci arrendiamo! Inoltre ci troviamo in una realtà in cui ci scontriamo tutti i giorni con i consigli dati ai pazienti dai “Curanderos”, medici locali che purtroppo ne sanno davvero poco della medicina per come la intendiamo noi. Le medicine naturali, come pomate o infusi particolari, hanno la meglio sui farmaci del mondo moderno, sia per la credibilità imponente dei curanderos nella cultura boliviana, sia per l’alto costo della sanità. Questa è una problematica da non sottovalutare, basti pensare che un pranzo completo costa 10 boliviani (1 euro e 20 centesimi), mentre per una lastra di tutto il corpo servono 900 boliviani (128 euro). Un altro problema è la visione degli ospedali, visti da molti come dei luoghi

dove le persone “vanno a morire”, proprio perché vengono portate sempre troppo tardi. Capita spesso anche che la comunicazione medico-paziente sia poco chiara, da una parte per colpa dei medici, che usano solo termini scientifici per parlare con persone a volte analfabete, dall’altra per il timore dei pazienti a domandare nel caso non abbiano inteso. Una storia molto triste a cui abbiamo assistito è quella di Vittoria, morta a 39 anni a fine gennaio per un cancro. Il primo sabato dopo il nostro arrivo, il fratello ci ha chiamato per visitarla, credendo avesse solo la febbre. Dopo la nostra valutazione ci siamo accorte della gravità della situazione e abbiamo chiesto consulto al medico di turno della posta di salud locale, il quale ha consigliato il ricovero immediato per quella che a suo parere era un’insufficienza renale. Nonostante la possibilità di trasportarla in ospedale il giorno stesso con la jeep della parrocchia messa a disposizione da Padre Topio, la famiglia si è opposta ritardando il ricovero, che è avvenuto solo dopo 3 settimane di cure naturali. Questo ritardo e l’incomprensione da parte del fratello della parola “tumore” detta dal medico (scambiata per dei semplici calcoli alla colecisti) è costata la vita alla donna, che si è spenta nel letto di casa sua dopo una settimana di cure mediche ormai tardive. Integrarci con una realtà del genere, dove oltretutto la fisioterapia praticamente non esiste, non è facile: il segreto secondo noi sta nel non criticare ne giudicare le loro usanze, ma unire le nostre conoscenze alle loro tradizioni. Proprio per questo, anche solo un massaggio con una pomata ci ha aiutato ad avvicinarci ai pazienti e far si che si fidassero di noi e si ripresentassero in ambulatorio. La fiducia e la relazione sono la chiave vincente ancora più che in Italia.

Oltre a tutta la parte puramente fisioterapica – medica, questa esperienza ci ha permesso di vivere dimenticando la fretta, le ansie, le ore piccole, le problematiche spicciole che spesso prendono il sopravvento nella nostra cultura e nella nostra vita di tutti i giorni. Riuscire ad apprezzare e a vivere nel profondo ogni singolo istante, ogni singolo gesto , ogni persona incontrata con la propria storia, perché consapevoli di essere di fronte ad eventi e persone uniche e irripetibili è qualcosa di impagabile. Immergersi nelle proprie emozioni, nel momento vissuto in quell’istante senza farsi distrarre da altro, emozionarsi per le parole di una canzone cantata, per un paesaggio esplorato, per il sorriso o l’abbraccio di una persona o per un grazie è qualcosa di impagabile. Offrire le proprie conoscenze e la propria professione esclusivamente per il piacere di farlo ed aiutare qualcuno senza che vi sia un ritorno pecuniario, se non un sorriso, una stretta di mano o de “la comida” (cibo) è gratificante e molto più arricchente di tutto il denaro di questo mondo. Conoscere persone provenienti da tutto il mondo, parlare nella stessa tavola dalle 3 alle 4 lingue, condividere le proprie storie, i propri obiettivi permette la crescita e l’apertura dei nostri orizzonti.

Per non parlare poi della vita di parrocchia: svegliarsi tutti i giorni condividendo la casa e il sorriso con minimo 10 persone. È incredibile come non sia il luogo in sé, ma le persone che vivono in esso a creare la famiglia e la sensazione di essere davvero a casa.

Oltre al lavoro siamo riuscite a viaggiare ed esplorare questo fantastico paese, la cui bellezza naturale è davvero poco sponsorizzata, anche se abbiamo trovato il “Paradiso terrestre”.

“La nostra vita a Milano andava a cento chilometri orari perché avevamo sempre 3000 cose da fare, qui va al doppio della velocità non tanto per gli impegni, quanto per la forza delle emozioni che proviamo tutti i giorni”.




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